Blade Runner 2049 è il miracolo fantascientifico di cui avevamo bisogno (recensione senza spoiler)

Sono passati più di 30 anni dal primo Blade Runner che è entrato nella testa e nei cuori degli appassionati e cultori di cinema e fantascienza. Il film di Ridley Scott, ricordiamolo, fu un’opera senza dubbio innovativa nell’ambito fantascientifico sostanzialmente per una duplice ragione:

  • Perchè fu uno “spartiacque” per la fantascienza dell’epoca, che fino ad allora si era concentrata su navi spaziali, invasioni aliene, catastrofi tecnologiche, etc., in quanto per la prima volta si portava su schermo un noir futuristico di ispirazione dickiana: sul conflitto tra Deckard e gli androidi Nexus 6 si innesta non soltanto l’eterna questione etica e filosofica del confronto tra uomo e macchina, ma un discorso molto più profondo sulla nostra stessa identità di esseri umani.
  • Perchè entrò nell’immaginario collettivo: dalla famosa frase “io ne ho viste di cose…” alla sua inconfondibile estetica decadente, oltre a essere il capostipite di un’intera corrente quale il cyberpunk (nonché ispirando nei decenni successivi numerose opere e serie tv quali Battlestar Galactica, Ghost in the Shell, la serie Westworld, etc.), il film influenzò un’intera generazione di persone.

Dopo tutto questo tempo decidere di proporre e realizzare un sequel appariva un’impresa quantomeno azzardata, suscitando molte perplessità o perfino sdegno in chi aveva adorato il film originario (nelle sue varie versioni), eppure personalmente fin da quando ho saputo che ci sarebbe stato un secondo capitolo diretto dal talentuoso regista Danis Villeneuve, e la storia sarebbe stata scritta anche da uno degli sceneggiatori del film originario (Hampton Fancher), con produttore lo stesso Ridley Scott, mi sono rincuorato e la mia curiosità è andata crescendo.

Ma ha davvero senso un seguito del primo Blade Runner? A differenza di molti che pensano un seguito sia del tutto inutile invece la mia risposta è affermativa: perchè può essere estremamente interessante vedere ricreate ancora una volta sullo schermo quelle ambientazioni e atmosfere cupissime e decadenti con le tecniche cinematografiche odierne, perchè vi erano alcune questioni narrative lasciate in sospeso nel primo film (esempio: scoprire qualcosa delle colonie Extra-Mondo, cosa succede alla Tyrell Corp. dopo la morte del suo fondatore, cosa accade a Deckard e Rachel dopo la loro fuga? Ma soprattutto Deckard è umano o replicante?). E perchè le questioni e tematiche filosofiche di derivazione dickiana e riprese in forma nuova nel film sono ancora universali ed attuali.

La questione filosofica chiave nel film originario è la domanda “cosa significa essere umano?”

La questione filosofica chiave nel film originario è infatti la domanda “cosa significa essere umano?”: il film trasmette l’idea che semplici criteri diagnostici (rappresentati dal test voigt-kampf) per decidere chi o cosa sia o non sia umano sono destinati a fallire e che quindi ci possono essere umani senza empatia e replicanti con empatia. I replicanti ribelli possono essere visti come una formidabile metafora di un’umanità interamente artificiale (lo slogan della Tyrell Corp. è infatti “più umani degli umani”) che però deve misurarsi con la propria finitudine: essi devono affrontare il problema della longevità (avendo infatti una durata di soli 4 anni) guidati dal leader luciferino Roy Batty che arriva ad uccidere il suo Creatore (una sorta di parricidio dalla valenza simbolica enorme che richiama i miti antichi).

Blade Runner 2049 riprende le questioni alla base del primo film: cosa significa essere umani e in che misura un umanoide sintetico può avere personalità o coscienza di sé. Ma il sequel non risponde alle domande lasciate dall’originale, ne pone anzi di nuove. La storia segue l’indagine dell’agente K – membro di una nuova e più obbediente generazione di replicanti nonché lui stesso cacciatore delle vecchie versioni di replicanti ribelli – il quale, intraprendendo una sua indagine e scoprendo il segreto di un replicante che aveva appena “ritirato”, comincia a mettere in discussione la realtà dei suoi ricordi, e persino la sua identità stessa di replicante.

La narrazione del secondo Blade Runner – ambientato trenta anni dopo i fatti del primo e fondamentalmente nella stessa metropoli decadente per quanto dall’atmosfera ancora più cupa e desolata – si muove maggiormente nello spirito di P.K.Dick per seguire la prospettiva del replicante K nella sua ricerca della propria identità e senso esistenziale. Si possono identificare alcuni temi filosofici che sono abbastanza chiari nel nuovo film: in primo luogo viene sicuramente ripresa la questione originaria “che cosa significa essere umani?”, in secondo luogo vi è la domanda “che cosa è reale?”, soprattutto espressa metaforicamente nella relazione affettiva tra l’agente K e il suo ologramma Joi, insieme alla domanda epistemologica “cosa posso sapere?”. La terza e quarta domanda poste dal film sono: “quali sono le ragioni dell’identità di una persona?” e “posso fidarmi dei miei ricordi?” e infine “come possiamo rendere le nostre vite significative attraverso le nostre scelte?”

Il film di Villeneuve è allo stesso tempo un grande omaggio al film originario, un degnissimo erede e una magnifica espansione.

Il film di Villeneuve, aprendo nuovi orizzonti narrativi ed estetici, risulta allo stesso tempo un grande omaggio al film originario, un degnissimo erede e una magnifica espansione: dalla regia e montaggio magistrali, alle inquadrature che meriterebbero di essere esposte in una galleria d’arte, dall’uso incredibile della luce, ai mai scontati riferimenti espliciti ed impliciti al film originario, dalla colonna sonora che irrompe in modo grandioso ed evocativo, alle questioni profonde, e di portata universale, sollevate sulla scia del film originario.

Stiamo allora parlando di un film privo di difetti? Certo che no: la colonna sonora, per quanto integrata e cucita perfettamente alle scene del film, non è certo memorabile (come fu invece quella di Vangelis) e non ci sono frasi che ricorderemo e citeremo negli anni avvenire. Ma sinceramente si tratta di micro-difetti che non vanno a pregiudicare un’opera dall’impianto narrativo ed estetico tanto organico quanto solidissimo.

Ho letto diversi commenti che giudicano negativamente il film per via del suo procedere lento (curiosamente è una delle accuse che erano state dirette anche al film originario…!): ma giudicare un film come brutto o noioso perchè “lento” non dimostra nulla del valore artistico del film bensì rivela solo che si è abituati (male) ai ritmi frenetici dei soliti cinegiocattoloni e blockbuster americani. Quella di Villeneuve è un’opera che ha volutamente tempi dilatati con momenti intimisti e introspettivi che caratterizzavano anche il film originario (o almeno le due ultime versioni di esso). Avrebbero potuto benissimo fare (con il budget enorme che avevano) un film con molta più velocità ed azione così da renderlo più “commerciale” eppure hanno scelto di fare qualcosa di diverso e questo secondo me è un punto assolutamente a favore della regia.

Siamo davanti a un’opera spanne sopra a tanti altri prodotti del genere, sia per potenza visiva che per coraggio narrativo.

La verità è che siamo davanti a un’opera spanne sopra a tanti altri prodotti del genere, sia per potenza visiva che per coraggio narrativo: realizzare un film dal budget enorme con una preponderante componente riflessiva e introspettiva è decisamente controcorrente al trend dominante di blockbuster sci-fi hoollywoodiani e fare tutto ciò riuscendo allo stesso tempo a mantenere però la spettacolarità e magnificenza estetica è cosa che avviene raramente nel cinema.

Per tutte queste ragioni, a cui se ne potrebbero aggiungere altre, questo secondo immenso capitolo di Blade Runner – sebbene non si può gridare al “capolavoro” in quanto non sarà certo ricordato come uno spartiacque nella fantascienza né entrerà nell’immaginario collettivo come il suo predecessore – può non solo però essere considerato uno straordinario seguito (cosa che era da molti scettici, seppur comprensibilmente, considerata impresa impossibile) ma può senz’altro contendere il primato di più bel film di fantascienza degli ultimi venti anni (insieme a opere quali Inception e Interstellar). E scusate se è poco 🙂

Chi non riconosce oggettivamente tutto ciò (come alcune recensioni e commenti abbastanza negativi che mi è capitato di leggere) vuol dire che non ha mai veramente apprezzato nemmeno il film originario, che manca di cultura cinematografica/fantascientifica e difetta di senso estetico o ne ha uno assai poco sviluppato e superficiale come d’altronde è tipico di molta gente oggi (il che spiega perché in giro c’è così tanta spazzatura artistica che viene in fretta consumata quanto poi dimenticata).

Questo Blade Runner 2049, esattamente come quello originario, probabilmente all’inizio sará perlopiù snobbato dal grande pubblico, ma come quello originario, seppur con conseguenze diverse, a dispetto dei suoi detrattori è destinato a lasciare un segno indelebile nella storia del cinema e della fantascienza.

Se non avete ancora visto questa possente opera cinematografica allora il consiglio accorato è di rimediare il prima possibile (ma è essenziale aver visto ed amato il film originario per capire e apprezzare certe cose…) perchè BLADE RUNNER 2049 E’ IL MIRACOLO FANTASCIENTIFICO DI CUI AVEVAMO BISOGNO.

CURIOSITA’: secondo una teoria che gira da tempo sul web la saga di Blade Runner e quella di Alien potrebbero far parte del medesimo universo narrativo e un easter egg in Blade Runner 2049 pare confermarlo!


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Chi è il Transumanista? Nient’altro che il dadoforo della libertà

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Prometeo ruba il fuoco (1817) di Heinrich Friedrich Fuger

Mi trovo spesso a pensare, da divulgatore e scrittore, come poter esprimere sinteticamente certi concetti, nozioni, idee per poterli comunicare nel modo più chiaro ed efficace possibile al pubblico. Nell’attuale società dell’attenzione scarsa e dell’informazione flash saper condensare in poche parole pensieri complessi è diventata ormai un’abilità fondamentale se non si vuole correre un elevato rischio di essere completamente ignorati. Tanto più questa capacità sintetica è necessaria se uno vuole promuovere un particolare valore ed ideale a cui tiene come nel mio caso di pensatore e attivista transumanista.

Il Transumanesimo, movimento culturale assai controverso nell’opinione pubblica seppur molte sue idee stanno diventando progressivamente mainstream, viene generalmente definito come un orientamento intellettuale-scientifico-filosofico che si propone di migliorare, mediante scienza e tecnica, la condizione umana:

Il Transumanesimo è movimento culturale che sostiene l’uso delle scoperte scientifiche e tecnologiche per aumentare le capacità fisiche e cognitive e migliorare quegli aspetti della condizione umana che sono considerati indesiderabili, come la malattia e l’invecchiamento, in vista anche di una possibile trasformazione postumana.

dalla voce di Wikpedia

Secondo questa definizione popolare e diffusa, più o meno ripresa da numerosi articolisti e diversi saggisti, per il Transumanista è necessario e desiderabile, attraverso scoperte scientifiche e strumenti tecnologici, superare le attuali restrizioni/limitazioni della natura umana. Ma tale definizione, con un’ evidente focus sulla sfera scientifico-tecnologica e sul processo autotrasformativo, coglie davvero il nucleo etico e la ragione morale del Transumanesimo?

Forse abbiamo bisogno di una definizione più adeguata ponendo l’accento non tanto su scienza e tecnica – nella prospettiva transumanista considerati dei meri mezzi, seppur determinanti e imprescindibili, per il miglioramento e perfezionamento umano – quanto invece sull’elemento assiologico e sulla finalità umanitaria che caratterizza la proposta transumanista.

Sebbene la definizione classica di Transumanesimo è corretta, giacché spezzare i vincoli naturali indesiderabili, mediante impiego della tecnoscienza, è certamente parte costitutiva della missione transumanista, tuttavia molti si chiederebbero, e infatti si chiedono, perchè dovremmo farlo, cioè perchè aspirare a rivoluzionare la condizione umana fino a proporre di superare certi confini naturali, quali scarsità, biologia, mortalità, etc., che per motivazioni morali, religiose, o irrazionali la maggioranza delle persone ancora oggi ritiene inevitabili, insormontabili, intoccabili? E’ questa, secondo me, la domanda giusta che dovremmo porci ogniqualvolta cerchiamo di definire – comprendere – spiegare cos’è il Transumanesimo.

Ho avuto il piacere di contribuire a un Manifesto Transumanista in cui il concetto chiave è quello di Evoluzione Autodiretta. Ora non starò a spiegare tale concetto dato che c’è un intero documento, disponibile alla lettura, a cui quindi rimando. Voglio però dire che il merito di tale manifesto è esprimere in sintesi l’essenza ideale nonché il nucleo etico a fondamento del Transumanesimo, descrivendone esattamente il processo e la finalità che lo muove: appunto quella dell’autodirezione evolutiva che indica in modo inequivocabile quanto la corrente transumanista abbia a cuore la libertà umana.

In una mia intervista per SoloTablet.it ho tentato di esporre in poche parole l’ispirazione filosofica e l’ideale umanitario dell’approccio transumanista:

Oggi questo spirito rinascimentale e illuminista, per cui l’Uomo smette di demandare a Dio o alla Natura il suo destino ma sceglie di partecipare attivamente al miglioramento spirituale e materiale di sé e del mondo, rivive in qualche modo nella corrente culturale-filosofica del Transumanesimo in cui il principio di autodeterminazione è così centrale e prioritario da diventarne la pietra angolare di un’ intera filosofia neo- e tecno- umanista che si propone di affrancare l’Uomo, attraverso scienza e tecnica eticamente orientate, dai vincoli di ordine sociale e naturale che impediscono il dispiegarsi delle potenzialità umane come singolo e come specie.

Nel progetto transumanista l’Uomo è posto al centro del discorso tecnologico con il compito di autodeterminare se stesso anzitutto scegliendo se continuare ad affidarsi alla lotteria naturale –  con tutto ciò che da essa deriva come vecchiaia, sofferenza, scarsità, mortalità, etc. –  oppure trascendere spiritualmente e materialmente la propria ristretta condizione istintuale-biologico-naturale. Siamo qui davanti alla massima espressione ideale dell’autodeterminazione umana, quella di un’evoluzione teleologicamente orientata, per l’appunto dalla filosofia transumanista sintetizzata nel concetto cardine di Evoluzione Autodiretta.

Quando diciamo che la missione transumanista è volta a trascendere i vincoli istintuali-biologico-naturali, ad affermare il principio di autodeterminazione in ogni ambito umano, e quindi a realizzare l’Evoluzione Autodiretta per ogni essere autocosciente, orbene tutto ciò significa che nell’ideale transumanista deve essere sempre l’Individuo raziocinante e consapevole a determinare il proprio destino evolutivo scegliendo di volta in volta se affidarsi al meccanismo naturale o al miglioramento artificiale: è tutta qui la portata morale e proposta scandalosa del Transumanesimo.

Ergo il Transumanesimo si qualifica come anelito alla libertà, come un libertarismo veramente coerente, un pensiero e azione che non si limita a voler realizzare la libertà nell’ordine sociale e civile ma vuole espandere tale libertà anche, e persino, contro l’ordine naturale. L’Uomo visto come fine, e non come mero oggetto, implica che niente può e deve costituire ostacolo all’autodeterminazione umana pertanto è un imperativo etico anche contrastare e sconfiggere tutte quelle forze ostili naturali che limitano la nostra libertà di vivere ed agire nel mondo  – ovviamente fintanto che tale libertà non sia dannosa per altri essere autocoscienti.

Si può perciò dire che il Transumanesimo non fa altro che estendere, a 360 gradi, il principio di autodeterminazione:

L’autodeterminazione rappresenta un valore etico fondamentale del Transumanesimo, il quale – sotto questo profilo – può essere interpretato come una vera e propria dichiarazione di indipendenza dell’individuo contro la tirannia del processo evolutivo naturale.

da un passo del Manifesto Transumanista.

Ecco quindi che nel disegno transumanista ogni individuo dotato di ragione deve avere la possibilità di autodeterminare se stesso affinché possa scegliere in libertà, indipendentemente e volontariamente, cosa fare della propria esistenza in ambito sociale e naturale. Questa aspirazione libertaria, che in quanto tensione etica è intrinsecamente contra naturam, è stata d’altronde espressa molto tempo fa anche da un grande pensatore libertario come Errico Malatesta per cui l’Uomo è tanto più libero quanto più riesce a piegare ed assoggettare le avversità esterne che lo circondano:

Il concetto della libertà per tutti è concetto umano; è conquista, è vittoria, forse la più importante di tutte, dell’umanità contro la natura.

(Cit. in Un’idea esagerata di libertà, Giampietro N. Berti, Milano, Elèuthera, 1994, p.144)

Se il Transumanesimo dunque è quel movimento umanitario che tiene universalmente viva la fiamma della libertà, da esso intesa come Evoluzione Autodiretta, ne consegue che ogni transumanista non è nient’altro che un dadoforo (dal greco δᾳόρος “portatore di fiaccola”) di tale Libertà per sé e per gli altri. 


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Tassare i robot rallenta l’innovazione e il progresso

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Se c’è una cosa che ho imparato negli ultimi tempi è che sull’innovazione tecnologica e sul progresso umano anche grandi esperti e innovatori possono dire delle idiozie.

Carlo Ratti, ingegnere e architetto presso il Massachusetts Institute of Technology di Boston, scrive una lettera ai tassisti descivendo, con un illuminante esempio, l’impatto nel passato dell’avanzamento tecnolgico che stravolse il settore dei trasporti:

Nel diciassettesimo secolo i battellieri del Tamigi diedero battaglia all’arrivo della concorrenza su terraferma dei primi taxi condotti da cavalli. Così come alcuni secoli dopo quegli stessi taxi a trazione animale vennero spazzati via dall’avvento delle automobili.

Nei prossimi anni l’impatto della tecnologia sul mondo del lavoro sarà ancora più ampio e profondo, come ho cercato di spiegare in questo mio articolo, ma soprattutto sarà inevitabile.

I veicoli driverless in sviluppo, ad esempio, travolgeranno le professioni legate ai trasporti tanto che si prevede che attorno al 2030 avremo con tutta probabilità auto a guida automatica che potranno venirci a prendere fin sotto casa [1].

E giustamente Carlo Ratti fa notare ai tassisti che non ha senso opporsi all’avanzamento tecnologico ma che bisogna assumere un atteggiamento dialettico e costruttivo per guidare e regolare tale rivoluzione tecnologica con intelligenza:

Oggi come ieri abbiamo due scelte: se decidiamo di stare in modo incondizionato dalla parte delle carrozze a cavalli siamo destinati a perdere, tutti. Se invece intercettiamo il carro delle nuove tecnologie — che poi è il carro della Storia — abbiamo ancora la possibilità di cavarcela. Possiamo immaginare di gestire la transizione, controllandola invece di esserne travolti.

C’è da dire che i tassisti romani ( e non solo) sono una categoria che da sempre cerca di difendere la propria posizione di monopolio e rendita decennale per mero interesse corporativo, e purtroppo certa politica populista sciagurata gli sta prestando il fianco per mere ragioni elettoralistiche, come ho già commentato in un mio post a cui rimando.

Il protezionismo e la chiusura culturale ed economica, sia da parte di una categoria, sia da parte di un governo, sia da parte di certa politica, è però una reazione tutt’altro che intelligente ed efficace all’avanzamento tecnologico che sta cambiando il volto del mondo in cui viviamo.

Nella stessa lettera l’ingegnere Ratti, dopo aver sostenuto condivisibilmente la necessità di ripensare il nostro rapporto tra tecnologia e lavoro, riprende però la proposta di Bill Gates di tassare i robot e le intelligenze artificiali per “trasferire reddito a chi ha perso il posto di lavoro”.

Ecco, questa si tratta di una proposta idiota in contraddizione con le stesse ragioni di intercettare e gestire, e non rifiutare o bloccare, l’ondata tecnologica.

Quello di Bill Gates e di Carlo Ratti mi sembra un modo rozzo di rimandare la questione di fondo, ovvero l’inevitabile robotizzazione del lavoro, invece di affrontarla in modo diretto con una strategia lungimirante e responsabile.

Chi propone di tassare i robot, e quindi i “fattori produttivi che generano efficienza”, come fa correttamente notare un economista quale Carnevale Maffè [2], avrebbe come effetto il rallentamento dell’innovazione tecnologica nelle aziende e un impoverimento generale della società, ovverosia esattamente il contrario di quello che abbiamo bisogno.

Se questa proposta di tassazione fosse accolta dai governi, fa opportunatamente notare un altro economista [3], avremmo una situazione tutt’altro che auspicabile:

Il futuro è connesso, e se qualche sciagurato Paese volesse seguire questa sirena lo comprometterebbe, poiché di sicuro il costo totale delle macchine aumenterebbe. I piccoli imprenditori non potrebbero sopportarlo, perché non possono fare economia di scala, e il lavoro per le persone emigrerebbe verso altri Paesi più lungimiranti.

Mi sembra insomma autolesionistico e semplicistico tassare la robotica e l’efficienza, come propone rozzamente Bill Gates e coloro che gli danno ragione, perchè in tal modo si fa il gioco di chi vuole rallentare il progresso.

Allora, quale strategia possiamo pensare per tenere assieme tutele sociali e innovazione tecnologica?

Carnevale Maffè giustamente suggerisce di fare il contrario dunque detassare le macchine, in modo che la produttività e l’efficienza più alte abilitata dalle macchine, possa consentire di pagare il welfare e l’educazione.

In alternativa vanno invece tassati certi tipi di monopoli e rendite che ostacolano concorrenza e innovazione. Inoltre è fondamentale un’eliminazione dei “paradisi fiscali” (di cui magari usufruisce lo stesso Bill Gates) anche combattendo l’evasione fiscale con regole e organismi sovranazionali.

In questo modo consentiremmo un progresso tecnologico che crea nuovo benessere e avremmo abbastanza finanziamenti per introdurre e implementare un dividendo sociale, quale un reddito universale garantito, a fronte della progressiva obsolescenza, a causa della robotica e intelligenza artificale, di molte professioni umane.

Saremmo fautori, direttamente o indirettamente, di un attentato al progresso umano se davvero pensiamo di rispondere all’accelerazione tecnologica con un rallentamento dell’innovazione tassando e colpendo proprio ciò che nel lungo periodo sconfigge l’austerità ed erode la scarsità.

In conclusione una nota generale: sicuramente la tecnologia non migliora automaticamente le cose, ma dischiude nuove e inedite opportunità e possibilità di farlo. Sta poi all’etica, alla politica, e in generale all’intelligenza umana indirizzare il cambiamento per fini umanitari e trasformarlo appunto in prosperità e progresso a beneficio di tutti.

E tu cosa pensi della proposta di tassare i robot? Scrivilo nei commenti qui sotto 🙂 


  1. Fonte: http://www.lemacchinevolanti.it/approfondimenti/quando-arriveranno-davvero-le-auto-che-si-guidano-da-sole
  2. Fonte: http://www.corrierecomunicazioni.it/digital/45977_tassa-sui-robot-carnevale-maffe-mi-meraviglio-di-gates-idiozia-economica.htm
  3. Fonte: http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2017/02/20/caro-bill-gates-dici-sul-serio-tassare-i-robot/?uuid=96_VBEyILo

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